Crossover

Ecco la terza parte del vecchio blogracconto a puntate scritto da me, ValbericiMechanikwing, questa è proprio la parte scritta da Mecha che sono riuscito a rintracciare dopo che ci eravamo persi di vista da un paio d’anni. La prima e la seconda parte potete trovarle qui.

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Ancora mappe. Che strazio.

Il giovane Steppembaum stava seduto in una piccola tenda di colore chiaro: attorno a lui, ogni superficie orizzontale e verticale era ricoperta da carte, per lo più planimetrie e rapporti dai gruppi di ricerca. Dall’entrata, una lama di luce del sole di Turchia gli colpiva un ginocchio da due ore; il calore, simile a quello dell’acciaio bollente, appena mitigato dal costante alito di vento salmastro che proveniva da oltre il promontorio. Stava finendo di leggere gli aggiornamenti, e ancora non riusciva a credere quanto “quel vandalo di Schliemann”, guidato solo dal suo primordiale e scriteriato istinto romantico, fosse andato vicino alla verità: i nuovi rapporti confermavano la notizia bomba lanciata nel 1999, che Ilio c’era davvero; e non era quel piccolo insediamento che si credeva all’inizio, ma una città enorme. Le ultime stime dei gruppi di ricerca indicavano un’area di rovine di decine di ettari, cioè una vera mostruosità anche per la concezione antica di “megalopoli”, e paradossalmente improbabili assedi decennali venivano ormai trattati quasi come un affare di ordinaria amministrazione per un centro abitato con quei numeri; questo e altri progressi rendevano il lavoro degli appassionati pieno di entusiasmo, anche se lui, una copia dell’Iliade del Monti sempre in tasca, purtroppo non si trovava lì per assecondare un suo sogno che pure aveva fin da bambino.

Sedeva immobile e rigido, tormentando il foglio che aveva sotto gli occhi stanchi, ignorando qualsiasi impulso che non fosse finalizzato a portare a termine la sua missione; e la sua missione era quella di riuscire a guardarsi allo specchio. Non nel senso metaforico del termine: non era mai stato un gran che come cattivo, e lo specchio avrebbe comunque avuto dei seri problemi a trovare qualche nefandezza da mettergli davanti per conto della sua coscienza; il problema era molto, molto più preoccupante, e lo perseguitava dall’inizio del mese, quando si trovava a Torino.

L’ennesima giornata afosissima in una deprimente biblioteca, in compagnia di un suo illustre congiunto/defunto dalla biografia tutt’altro che allegra, gli aveva presentato un conto salato: crollo da stress, e due giorni fermo in camera sua dopo una veloce visita al pronto soccorso, dove un laconico infermiere lo aveva congedato dicendogli “letto e camomilla e starà benissimo”. E uno Steppembaum segue sempre le intuizioni della Scienza, anche quando vengono da un pragmatico e annoiatissimo infermiere torinese con l’aria di chi si sveglia solo in presenza di ferite da arma da fuoco o crisi cardiache.

Il primo giorno a letto era stata una soddisfazione assoluta: 18 ore di sonno sparse casualmente durante tutto il corso della giornata, genitori rassicurati via telefono, neanche l’ombra di un libro in tutta la camera d’albergo; il secondo giorno da dietro la tenda della doccia aveva azzardato un’occhiata alla sua faccia, guardandosi nello specchio sopra il lavandino per vedere se sembrava ancora un fantasma e se fosse il caso di farsi la barba. Pessimo errore.

Si era ritrovato mezz’ora dopo, accovacciato sotto l’acqua corrente con la testa tra le mani, mentre rombi di tuono, visioni di paesaggi e di persone che non aveva mai visto, e un paio di splendenti figure che sembravano uscite direttamente dall’Iliade in fiamme e gloria gli incidevano in testa le loro parole. Quando l’acqua gelida divenne una frusta insopportabile uscì cautamente dalla doccia e cercò di riprendersi, mentre le visioni di volti sconosciuti ma familiari continuavano imperterrite il loro messaggio su Atlantide, e sulla loro ultima speranza di sopravvivere alla guerra cosmica che minacciava di estinguere per sempre una civiltà dalle radici così antiche e potenti da essere entrata nella leggenda. E, ovviamente, tutto il resto… ma lui era un fissato, e quando si parlava di storia antica qualsiasi altra cosa passava in secondo piano.

Lo specchio gli aveva regalato altri momenti terribili da quel giorno, così era diventato imperativo riprendere le ricerche da dove le aveva lasciate il suo antenato, per scoprire se le sue erano allucinazioni di un pazzo, oppure una verità troppo grande che la sua mente non poteva ancora accettare. Insomma, per riprendere la sua vita aveva bisogno di una prova di una delle due alternative; lui era sinceramente convinto della prima, ma visto che entrambe lo portavano agli scavi di Ilio si era ritrovato, senza pensarci più di tanto, a prosciugare il suo fondo personale, partire su due piedi e farsi assumere con altrettanta rapidità come volontario degli scavi, per soli “tenda e snack”, ovvero la versione di “vitto e alloggio” per archeologi dilettanti e disperati. Una buona parte dei fondi prosciugati era evaporata nel finanziamento di certe lettere di presentazione, ma perché divagare…

Era lì da due settimane, e il suo lavoro era quello di studiare testi antichi per capire dove iniziare i prossimi scavi, sperando di trovare un’area abbastanza importante da consentire scoperte rilevanti: poteva spaziare in tutta l’area senza restrizioni, esaminare reperti… Aveva potuto cercare la sua prova; e, visto che non aveva ancora scoperto niente su Atlantide o su delle guerre cosmiche, era felicissimo di poter iniziare a credere di essere impazzito per un breve periodo come può capitare a chiunque ogni tanto, e che sotto non c’era nient’altro di preoccupante. I soldi erano finiti; il turno come volontario finiva la settimana prossima; stava per tornare a casa, dove avrebbe potuto cercare lo psicologo più vicino e farla finita. Le uniche cose che lo trattenevano dall’abbandonare la sua ricerca all’istante erano la sua accademica testardaggine nel voler essere sicuro di ciò che voleva dimostrare a se stesso, e due splendidi occhi che aveva visto tra gli scaffali di alluminio del deposito dei reperti. Conosceva poco quella ragazza, ma si erano aiutati parecchio a vicenda nei rispettivi lavori e ricerche fidandosi l’uno dell’altra: era abbastanza introversa, e spesso aveva un’aria malinconica quasi stesse scavando sulle rovine di un posto che aveva abitato e amato; ma ogni tanto sapeva sorprenderlo con sprazzi di gioia che avevano su di lui lo stesso effetto dell’aver assistito a una resurrezione. Quando si cercavano qualche posto isolato per stare da soli ognuno con i propri pensieri, spesso finivano per incontrarsi: presto era diventato un gioco, una cosa particolare e mai successagli prima; in poco tempo non riuscivano più a evitarsi; e nel giro di una settimana, non riuscivano più a smettere di cercarsi. Non se ne sarebbe andato da lì senza sapere se il destino avesse in mente qualcosa per loro due; forse, anche questa era accademica testardaggine.

Intanto evitava accuratamente gli specchi, ma continuava a pensarci, e un giorno si ricordò di un oscuro appunto che il suo antenato aveva affidato al suo diario, qualcosa riguardo alla sede dell’anima. Lo cercò nel suo portatile, e quello che trovò lo lasciò con lo stomaco sigillato.

“Secondo parte delle civiltà del mediterraneo un punto privilegiato per individuare la presenza della vita è nelle ginocchia, mentre quella dell’anima è nella bocca… come già Monti, nei suoi endecasillabi:

Già l’alma errava sulle labbra, e certo

di veder mi credetti in questo giorno

l’ombre dei morti e la magion di Pluto

…dice Ettore quasi morto in battaglia. Schliemann mi parlò della Bocca di Apollo, il luogo in cui le anime dei troiani dimorano per sempre insieme alla loro conoscenza e il futuro destino…”.

Quando l’aveva trascritto sul suo portatile un mese prima, aveva pensato solo al fastidio che provava pensando che neanche la sua passione per l’Iliade era una cosa personale ma ereditata; ma ora le domande erano altre. Ritirò improvvisamente il ginocchio dall’assalto del sole, si chiuse nella tenda, cercò di contenere il tremito simile a quello della febbre che lo stava assalendo. Quali anime stanno ferme in un posto per sempre? Quelle senza pace. Quali morti hanno un destino futuro? Quelli che in realtà non sono morti. Gli scomparsi, coloro che non hanno ancora combattuto l’ultima battaglia. Gli eredi di Atlantide.

Cercò nelle mappe, ma ricordava che il tempio di Apollo era già stato esplorato. Raccolse le sue cose e si avviò verso gli scavi, ma non trovò nulla; allora andò nell’unico posto in cui poteva ancora avere delle risposte, il magazzino dei reperti. Era l’ora di pranzo e non c’era nessuno dentro; cercò nel catalogo fino a trovare i pezzi ritrovati nel tempio di Apollo, e ne trovò uno, che da solo valeva tutti i soldi spesi negli scavi: una maschera votiva, in oro, dedicata al Dio delle arti e della poesia, il portatore della spada d’oro che sfoderava solo per ordine di Giove, del quale aveva portato spesso la terribile Egida in battaglia. Un volto privo di occhi, incredibilmente liscio dopo millenni; una singola lamina di metallo era stata usata per creare quelle fattezze forti e sensuali, ed era stata sapientemente e delicatamente ripiegata verso l’esterno per poter ottenere le labbra. Stando bene attento che non arrivasse nessuno, la osservò da tutte le angolazioni, provò a infilarla, ne rilevò tutti i particolari. Niente, a parte forse… Lamina ripiegata.

Non credeva a ciò che stava per fare. Estrasse il coltello, lo insinuò sotto il bordo della lamina del labbro inferiore: mentre il cuore gli martellava nel petto al pensiero degli anni di galera che si sarebbe fatto, e per la paura di trovare qualcosa, iniziò ad allargare la lamina, finché non sentì qualcosa spostarsi al suo interno e alla fine cadere a terra. Con urgenza ma con la massima attenzione richiuse la lamina cercando di farla combaciare col mento come prima, e dopo aver rimesso a posto il preziosissimo reperto prese da terra l’oggetto della sua vera missione: due pietre perfette, due piccole sfere che sembravano perle, di cui una era candida come un sole in miniatura, mentre l’altra era un frammento di tenebra. Ormai respirava a tratti, la gola sembrava chiusa e aveva i crampi allo stomaco dalla tensione; ancora inginocchiato le avvicinò agli occhi, e si ricordò delle parole sussurrate da un uomo dal volto così simile al suo:

“Cerca il luogo dove gli opposti sono nati, e saprai come fermare questa guerra…”

«Allora c’è qualcuno che sa, dopo tutto». Una voce calma e sottile, dura come una staffilata, lo sorprese facendolo saltare in piedi.

Lei.