Ochre’s Eyes
L’unico rumore che sentiva, in quella notte gelida e solitaria, era quello del ticchettio, veloce e sicuro, delle sue dita sulla piccola tastiera del mini laptop che si era appena comprato. Stava scrivendo un nuovo post per il suo blog. Un racconto dell’orrore influenza dal grande scrittore Edgar Allan Poe. Era arrivato al punto in cui l’ignaro e sprovveduto protagonista del racconto, uno scrittore anch’egli, apriva la cantina in cui si trovava l’orrore uscito dall’abisso che l’avrebbe ghermito e portato con se nell’oltretomba. Si fermò. Gli era parso sentire un rumore sordo e lontano, come di qualcuno che bussasse al portone della sua abitazione. Lo imputò al sonno che stava sopraggiungendo. Lasciò perdere. Decise di continuare nella scrittura. Passò solo qualche secondo ed un rumore ancora più forte e deciso, lo fece distoglere dal suo lavoro. Questa volta era provenuto dalla porta della sua stanza, che se la stanchezza non l’aveva inganno, si era mossa impercettibilmente quando i colpi erano arrivati. Allora, si alzò e brandendo un cacciavite che aveva lasciato sul tavolo quando prima aveva smontato un computer, andò ad aprire la porta. Gli occhi gialli, felini, del suo gatto, lo squadrarono dall’alto in basso. L’animale mosse la testolina a destra e a sinistra, voglioso di coccole ed entrò nelle stanza ronfando contento. Il ragazzo si rilassò e decise che era ormai troppo stanco per continuare a scrivere. Voleva dormire. Il sonno di Morfeo era calato rapidamente su di lui. Si distese sul letto ancora vestito dopo aver spento la luce. Non sapeva quanto tempo era passato, potevano essere come due secondi, come due anni, quando sentì un opprimente peso sul petto. Non riusciva a respirare. Aveva le membra intorpidite. Aprì timoroso gli occhi. Vide due occhi gialli che lo scrutavano perdifi e vogliosi. Gli tornò alla mente la leggenda delle Succubi romane, che si posavano sui petti degli uomini, durante la notte e succhiavano tutta l’essenza vitale delle loro vittime. Aveva una paura fottuta. Riuscì a raccimolare tutte le sue energie residue e accese la luce. Sopra il petto, trovò il gatto che dormiva docile, raggomitolato in posizione fetale. Le sue paure erano infondate. Si diede dello stupido per aver solamente pensato alla Succube. Anche se si sentiva, stranamente, stanchissimo, cercò di rimettersi a dormire, ma degli orrendi incubi funestarono i suoi sogni. Qualcosa di spaventoso stava strisciando sul suo corpo, un essere polipesco fatto di gelatina che si insinuava in ogni suo orifizio, fino a soffocarlo. Questa volta non accese la luce, perché avrebbe dovuto farlo? Era solo la sua immaginazione. Nient’altro. Quando la mattina arrivò, annunciata dal cinguettio felice dei passerotti e dalla luce del sole che filtrava dalle persiane, cercò di alzarsi. Non ci riuscì. Non riusciva più a muoversi. Aprì gli occhi. Delle pupille feline ocra lo scrutavano divertite. La donna, interamente nuda, era straordinariamente sensuale. Sedeva direttamente sul suo petto e lo guardò con aria volitiva. Si passò la lingua sulle labbra e se le morsicò leggermente. Poi tutto fu luce e frastuono. Si svegliò di soprassalto, sudato fradicio, spossato come dopo una corsa chilometrica. Era ancora notte. Sentì una folata, gelida, di vento provenire dall’esterno. La finestra era spalancata, guardò fuori. Un gufo reale volteggiò sopra la sua testa, stagliandosi contro la luna quasi alla mezza. Un brivido gli corse su tutta la schiena. Quella notte non si addormentò più.


^^ questo racconto è breve quanto intenso! mica sarà autobiografico? Ti consiglio una bella camomilla, rilassa!
Si è in parte autobiografico XD stanotte non dormo XD
X-Bye
Sempre meglio, bravo.
Mi piacciono assai i racconti onirici ed inquietanti.