Le parole sono potenti…

Il mio nome è Frederick Archibald Detizis sono, o meglio dovrei usare il passato, ero un musicista, nella mia terra natia, gli Abruzzi. Mi sono sempre considerato uno dei migliori suonatori di violino dell’Italia. La mia fama era così grande che venivo chiamato anche all’estero per tenere i miei concerti. Entrai presto in collegio per apprendere l’arte della musica, dato che fin da piccino era evidente qual era il mio dono. Mia madre, che povera anima, morì qualche anno dopo la mia nascita, aveva sempre cercato di non farmi risiedere per troppo tempo nella casa di suo padre. Il mio, di padre, era morto subito dopo la mia nascita. Era un marinaio e un giorno, semplicemente, non tornò più a casa, nessuno seppe che fine aveva fatto la nave su cui era imbarcato. Era scomparsa senza lasciare tracce. Comunque gli strani umori e atteggiamenti della mia famiglia, che una volta da bambino consideravo solamente particolari ma che una volta cresciuto e avendo visto il mondo esterno, adesso considero aberranti  mi hanno spinto ad andare il più lontano possibile dal luogo che ha visto la mia nascita. Il patriarca della mia famiglia, il mio bisnonno, Aldobrando, che ancora riusciva ad essere forte e vigoroso nonostante l’età di ben cento anni, mi ha maledetto l’ultima volta, ormai anni fa, in cui sono andato a casa. Per quanto non abbia mai creduto a questo genere di superstizioni, alle streghe, alla magia, un brivido gelato mi corse lungo la schiena quando l’anziano mi inveii contro. Disse che sarei morto come mio padre, preso dal mare e che la maledizione che grave su chi tradisce la famiglia avrebbe colpito anche me. In tutti questi anni non ho mai ripensato a quelle aspre parole, a quel dito rinsecchito che mi indicava, almeno fino a qualche giorno fa. Il brigantino su cui viaggiavo per andare a Montevideo è naufragato in seguito ad una misteriosa burrasca. Fino ad allora, durante il viaggio, non avevamo incontrato problemi di sorta, anzi il tempo era stato clemente e il “Dunwich” solcava i mari con foga e vigore. La nave su chi viaggiavo era molto solida, di perfetta fattura e appena uscita dai cantieri navali della Miskatonic Ass. nella città di Salem. Era guidata dall’intrepido capitano D’Andrea, anch’egli di origine italiana, ma che proveniva dal freddo nord della penisola. Il capitano, come lo sono io, era un culture delle leggende antiche, delle varie mitologie e spesso, nelle notti in cui la nave rollava placida sulle acque del mare, mentre lui narrava gli antichissimi racconti, io lo accompagnavo con il mio violino. Era un uomo eccezionale la cui perdita è sicuramente una grande afflizione per me. Eravamo arrivati nella zona del Mar dei Sargassi, vicino a quello che qualcuno chiama Triangolo delle Bermuda e… ma forse dovrei dire che a Salem ebbi, prima di partire, una notizia sconvolgente. Mi arrivò un telegramma dell’unico domestico della mia dimora natia. Mi informava che ero l’unico rimasto della famiglia, dopo che un improvviso incendio, scatenato da un fulmine solitario. Tutti erano periti nell’incendio, riuscì solo a salvarsi, buttandosi da una finestra, proprio il domestico. Nel telegramma mi disse che quando le fiamme, diventate stranamente di un blu quasi tendente al viola, avvamparono al massimo della loro potenza, si poté nettamente sentire la voce del patriarca della mia famiglia. Riuscì a capire ben poco, solamente che mi malediceva ancora una volta e che invocava qualcosa chiamato Cthulhu. Poi le urla si tramutarono in grida di agonia. Non rimase nulla in piedi della casa, quando l’incendio finì la sua fase più intensa, il terreno sotto la casa cedette e venne tutto inghiottito nel vicino lago che adorna, da sempre, il parco della tenuta di famiglia. Non vi nascondo che rimasi assai sconvolto da quanto avevo ricevuto. Finalmente, nel mio cuore, sentii togliersi un peso enorme. Pensavo che le parole del mio bisnonno fossero solo parole, ma a volte anche le parole sono potenti, soprattutto certe parole dette con rabbia mentre si sta bruciando vivi. In una notte di luna piena, mentre stavo per andare a dormire nella mia cuccetta, la nave subì un colpo immane. Ero sul ponte e per poco non finii direttamente nel mare che si era fatto, all’improvviso, turbolento. C’era come un gorgo gigantesco sotto “Dunwich”. Il coraggioso capitano cercò di salvare il brigantino ma fu tutto inutile, qualcosa ci sospingeva verso il gorgo. Avevo capito che cos’era, era la mia maledizione, me lo sentivo nelle ossa. Insieme agli altri passeggeri mi ero recato nella zona delle scialuppe e insieme a qualche membro dell’equipaggio. Il capitano D’Andrea era come impazzito, volendo salvare a tutti i costi la sua nave. Anche se in realtà non penso che fosse per questo che stava lottando con una vera e propria forza della natura, non penso gli importasse molto del carino, seppur prezioso, che il suo brigantino portava. No, il capitano era un uomo cocciuto, che ora si era imposto di vincere, o perire, questa battaglia contro il mare. Cercai di dissuaderlo, ma, purtroppo, fallii miseramente quanto mi ero prefisso. Il temerario capitano non capiva che non stava lottando contro la natura ma contro qualcosa di totalmente innaturale. Fui l’ultimo ad abbandonare la nave, insieme al secondo ufficiale, di cui non ricordo il nome. L’ultima volta che vidi il capitano D’Andrea, stava ancora al timone ma qualcosa, sbucato dal gorgo, lo prese e lo portò dentro le acque del mare. Non so dire di preciso cosa fosse ma il secondo ufficiale impazzì totalmente vedendo questa mostruosità e cadde in mare per “seguire il suo capitano nella morte” reggendo ancora la bottiglia di grappa che si stava scolando prima che succedesse tutta questa tragedia. Così almeno disse quell’orbo prima di buttarsi nelle onde. Alcune notti sento ancora il suo riso isterico. La scialuppa vagò il giorno seguente, in balia delle onde e del mare ormai calmo dopo questa immensa sciagura. Avevo perso il remo durante il naufragio e potevo solo aspettare, la morte o qualcuno che mi salvasse. Avevo con me una bottiglia di rum, vuota, un otre d’acqua e carte e matita. Il sole cocente mi fece svenire e, quando ormai era quasi tramontato, mi ritrovai in questa strana grotta. Sembra immensa e difficilmente posso vederne la volta. L’entrata è frastagliata, le stalagmiti e le stallatiti si dispongono in maniera assai strana e sembrano quasi i denti di una bocca umana. Per fortuna c’è del terreno asciutto e ho intenzione di avventurarmi fuori per vedere….

Non ho potuto continuare a scrivere prima, un grande terremoto ha colpito la grotta la volta è crollata, lasciandolo pochissimo spazio tra i vari “denti”. Ho cercato di dormire ma mi sembra che ci siano strane cose nell’oscurità, strani tentacoli viscidi.

L’ora della mia morte è vicina, lo sento. Ho appena trovato il cadavere del secondo ufficiale, è risalito gorgogliando dal fondo allagato della grotta. E’ orribilmente menomato, gli manca interamente la faccia e ha delle lesioni circolari su tutto il corpo. Come se qualcosa avesse… strappato la sua carne. Inoltre le sue ossa sono completamente frantumate. Qualunque cosa abbia fatto questo a lui, presto, penso sarà qui. Sento la volta della grotta che si smuove. Non so di cosa aver più paura di morire schiacciato dalle pietre della volta o dalla mostruosità che ha affondato il “Dunwich”. Sento una risata isterica, sento una voce che mi chiama… affiderò questa mia storia alla bottiglia di rum vuota e al mare, spero che qualcuno la legga… e che capisca che… le parole sono potenti e che… ma non c’è più tempo.

L’immagine che vedere qui sotto è una foto-manipolazione fatta da Fed, fatta partendo da una mia ortopanoramica, che mi ha ispirato questo racconto. D’ispirazione è stato anche giocare a Diablo ieri sera e leggere qualche racconto di Poe. Poi il solito Lovecraft!